martedì 5 novembre 2013

GRANDE UOMO

Al momento della sua morte, Barry aveva 49 anni. Era nato a Liverpool ed era un netturbino. Era stato sposato due volte ed aveva due piccoli.

Era stato condannato a diciotto anni di carcere per azioni dirette in difesa dei diritti degli animali ovunque sottoposti ad incredibili sofferenze: esseri che non possono scrivere appelli per far valere le proprie ragioni o ribellarsi al dominio dell’uomo.

Barry Horne era colpevole di un crimine che ha soltanto un nome: compassione, un sentimento ormai inammissibile in un sistema basato sullo sfruttamento e sull’oppressione di esseri umani, di animali e della natura.

Era stato etichettato come uno dei più temuti ecoterroristi, ed internato per cinque anni nel reparto dei criminali più pericolosi. Una pena spropositata come è stato riconosciuto persino dalla Corte che lo ha incriminato, poiché la condanna a 18 anni di carcere è stata una condanna politica a conclusione di un processo politico; infatti le azioni dirette di liberazione animale compiute da Barry erano sempre state rivolte contro strutture, non contro esseri viventi.

Il giudice Darwall-Smith descrisse – durante il processo – l’attività di Barry come terrorismo urbano, pur accettando l’idea che Horne non voleva colpire esseri umani. In tale occasione, Barry si era dichiarato un combattente per la causa animale che lottava per difendere gli animali vivisezionati nei laboratori.

Nel 1997 e 1998 Barry portò avanti in carcere tre scioperi della fame per protestare contro la politica del governo riguardo la vivisezione. Questi scioperi della fame ebbero l’effetto di attirare l’attenzione dei media sulla condizione degli animali nei laboratori, e di donare nuova linfa e voglia di combattere a generazioni intere di attivisti.

Con la sua protesta Barry chiedeva la fine immediata di ogni pratica vivisezionista praticata dall’industria dei cosmetici, così come i laburisti avevano promesso (ma non mantenuto) in campagna elettorale. Chiedeva anche l’istituzione di una “Royal Commission” che affrontasse seriamente ogni aspetto della vivisezione, moderna forma di tortura considerata inaffidabile da un sempre maggiore numero di medici e ricercatori, ma indispensabile per garantire i profitti delle multinazionali.

Dopo il terzo sciopero della fame, durato 68 giorni, le condizioni di salute di Barry erano alquanto peggiorate. I danni sugli organi vitali erano stati da subito evidenti. Gli era stata negata la possibilità di un adeguato ricovero ospedaliero e non era stata modificata la sua categoria A, ossia di prigioniero considerato “pericoloso e violento”, anche se un diverso trattamento detentivo avrebbe potuto aiutarlo a migliorare le sua situazione psicofisica.

Barry trascorse mesi di terribile agonia, ma non riuscì mai a riprendersi né fisicamente né mentalmente da quest’ultimo lungo digiuno. Morì meno di tre anni dopo, il 5 novembre 2001, per una complicanza al fegato nell’ala ospedaliera della prigione di Long Lartin, nel Worcestershire.


“Liberazione Animale”: molte persone riconoscono queste due parole, pochi capiscono il loro reale significato. Perchè se lo capissero farebbero subito qualcosa di concreto.
Quando parliamo di vincere la causa della liberazione animale, intendiamo proprio questo. Lottare per questo, andare in prigione per questo, vincere. Non perdete tempo a parlarne, bevendo birra al pub o mangiando polpette vegetali. Andate là fuori e vincete! Per alcuni di noi la causa della liberazione animale è una guerra che intendiamo vincere. Se falliremo non sarà perchè non abbiamo dato il massimo o perchè non ci abbiamo creduto abbastanza. Per alcuni di noi le lacrime sono vere, il cuore si spezza veramente e si è pronti a morire per vincere questa guerra. Se non si agisce si giustifica…se non si combatte non si vince. E se non si vince si è responsabili delle morti e delle sofferenze che continuano a ripetersi all’infinito… Agli animali non gliene importa niente di noi come intendiamo vincere o perchè, tutto ciò che vogliono è avere indietro la loro vita, la loro libertà. Ora!”

“La lotta non è per noi, non per i nostri bisogni personali. E’ per ogni animale che ha sempre sofferto ed è morto nei laboratori di vivisezione e per ogni animale che soffrità e morirà in quegli stessi laboratori, a meno che noi non faremo cessare ora questo sporco businnes. Le anime degli animali torturati gridano per la giustizia, le loro urla da vivi sono per la libertà. Noi possiamo creare quella giustizia e dargli quella libertà.Gli animali non hanno nessuno tranne noi, non possiamo abbandonarli”.

http://www.promiseland.it/2005/11/05/in-ricordo-di-barry-horne/

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