sabato 20 luglio 2013

denuncia


Donna operata senza anestesia a Mestre, l’Asl 12 pagherà i danni

L’intervento ambulatoriale all’Angelo si rivelò una “tortura” per una paziente Inutili le grida di dolore. Il giudice ordina un risarcimento di 10 mila euro
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    di Giorgio Cecchetti
    MESTRE. Più che operata è stata torturata, per questo il giudice del Tribunale di Venezia ha accolto il ricorso del suo legale, l’avvocato Enrico Cornelio, e ha condannato l’Asl 12 a risarcirla con diecimila euro per i danni non patrimoniali subito per l’intervento all’ospedale dell’Angelo.
    La signora L.Z., il 29 apeile 2009, è stata sottoposta ad un intervento chirurgico ambulatoriale, durato circa un’ora e quindici minuti per togliere la safena, una vena della gamba. «In genere», scrive l’avvocato Cornelio nell’atto di citazione, «attualmente per questo tipo di intervento si sceglie l’anestesia peridurale». Invece, alla signora furono fatte alcune iniezioni per l’anestesia locale, iniezioni che vengono fatte alla radice del nervo che controlla la zona che deve essere operata. «Viceversa», prosegue il legale, «dopo una prima iniezione al linguine, alla signora vennero fatte ripetute iniezioni di un anestetico locale in vari punti della gamba, mano a mano che si procedeva alle incisioni e allo strappo della vena e alle successive suture. Ma «la paziente gridava come una forsennata e i chirurghi non erano quindi nelle condizioni per operare al meglio», prosegue l’atto di citazione.
    E ancora: «Le facevano via via ulteriori iniezioni di anestetico, ma dopo le grida della paziente, senza interrompere l’intervento e quindi, se anche fossero state dosi sufficienti a provocare un effetto anestetico effettivo, nel tempo di attesa che entrasse in circolo, la signora continuava a soffrire terribilmente». Tra l’altro, più di una volta il chirurgo avrebbe chiamato l’anestesista impegnata in un’altra sala operatoria senza ricevere risposta. «Ciò che i medici non hanno compreso», conclude l’avvocato Cornelio, «è che una paziente che grida è una paziente che dissente dalla modalità con cui viene eseguito l’intervento». Per il legale «non vi è prova della natura del farmaco anestetico locale che è stato somministrati (nella cartella clinica non è riportato il nome); non vi è prova delle dosi somministrate; non vi e prova della posizione anatomica delle somministrazioni». Ma l’avvocato insiste soprattutto sul fatto che la signora L.Z. non è stata informata, prima dell’intervento, quale tipo di anestesia avrebbe subito. E non è un caso che nella sua sentenza il giudice scriva che è stata accertata «l’omessa e insufficiente informazione da parte dei sanitari dell’Asl 12 nell’acquisizione del consenso informato della paziente».
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